Francesco Fusi (Desenzano del Garda, 1990). Diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, vive e lavora tra Manerba del Garda e Milano. Pur sperimentando il linguaggio della videoarte da cui è fortemente attratto, Fusi elegge la pratica pittorica come mezzo espressivo esclusivo della sua attività artistica. Le sue tele, di medio e grande formato, sono sempre orientate verticalmente e concepite non per essere appese ma poggiate al muro. Ciò determina un modus operandi ben preciso: l’artista dipinge corpo a corpo con l’opera in via di realizzazione, fino a vedere negli occhi i protagonisti dello spazio di rappresentazione. Questi, perlopiù ritratti a grandezza quasi naturale, sembrano così condividere con lo spettatore il medesimo piano di calpestio. Nella selezione dei soggetti Francesco Fusi predilige le figure umane, spesso frutto di prelievi fotografici da riviste o dal web, rimaneggiate in assemblaggi e collage tra finzione e realtà. Personaggi messi in scena teatralmente in svariate pose, dalle più canoniche a quelle distorte o deformate, accomunati dalla voglia di catturare lo sguardo dell’osservatore attraverso i gesti o i travestimenti. Fusi è tra i finalisti dell’edizione 2016 e 2017 del Premio Combat Prize, concorso internazionale che si svolge a Livorno negli spazi degli Ex granai di Villa Mimbelli e del Museo Civico G. Fattori con l’intento di ricercare le più interessanti proposte della realtà internazionale dell’arte. Tra le ultime esposizioni citiamo Il paradosso altrove, personale curata da Vincenzo Argentieri nella sede del GAR in collaborazione con LeBelleArti, Viafarini e Accademia di Brera di Milano (2017), in cui ritrae gente comune estraniata dal proprio contesto di provenienza e trasferita negli scenari pittorici di sua creazione.
Venuto a conoscenza delle comunità italo-albenesi che popolano la provincia di Cosenza e rimasto affascinato dalla sfarzosità dei loro costumi tipici, Francesco Fusi propone per Bocs Art un dittico raffigurante una coppia di personaggi: due ragazze dalla posa rigida in ricchi costumi arbereshe. Appare chiaro che le giovani, seppure abbigliate secondo la tradizione della minoranza etnico-linguistica, non appartengano a questa cultura. Punto centrale delle tele è, infatti, il colore dei capelli delle figure: un biondo platino che sgretola ogni legame con la comunità arbereshe e rende i soggetti distaccati da ogni realtà. Le due ambigue fanciulle, dallo sguardo vitreo e assente, si inseriscono in un’ambientazione teatrale che inquadrandole quasi le ingabbia. Il lavoro realizzato dall’artista in Residenza si ricollega alla serie delle “Principesse cattive”, ritratti sullo stile dei capolavori seicenteschi che giocano sulla contraddizione. In essi, dal nero di fondo della tela e da cornici colorate dipinte, emergono donne in sontuosi abiti griffati con espressioni aspre e caratteri quasi mascolini.