Gabriele Arruzzo nasce a Roma nel 1976. All’età di cinque anni si trasferisce con la famiglia a Pesaro, qui frequenta il Liceo Scientifico che lascerà per iscriversi alla sezione di Grafica Pubblicitaria alla Scuola del Libro di Urbino. La sua formazione prosegue all'Accademia di Belle Arti di Urbino, dove si diploma in Pittura nel 2003 e tre anni dopo consegue il Diploma Specialistico in Pittura. Dal 2008 è docente all’Accademia urbinate, titolare per l’anno accademico in corso della cattedra di Decorazione. Le sue opere, attentamente calcolate e progettate al computer, sono il risultato di una lunga genesi in cui l’artista si immerge totalmente nell’attività pittorica. Si tratta di articolate creazioni visive che si avvalgono di diverse fonti e immagini estrapolate da ambiti diversi e poi isolate, tagliate, assemblate, modificate in un prodotto finale fatto di contaminazioni. Le tele di Arruzzo, realizzate con smalti acrilici capaci di suggerire una sensazione tattile della pittura, appaiono come costruzioni complesse riflesso dell’atto del dipingere stesso e luogo in cui l’artista può specchiarsi. Il ciclo di opere presentato in Apocalisse con figure (Galleria Giuseppe Pero, Milano, 2015) appare legato a una retorica sull’utilizzo delle immagini nel contesto religioso e al potere di queste durante lo scontro geopolitico tra pensiero occidentale e islamico. Arcadia è invece il titolo della personale del 2017 presso la Galleria d’arte contemporanea Alberto Peola di Torino, frutto di un anno e mezzo di attività, in cui Arruzzo si confronta con la pittura di genere minore legata ad ambientazioni bucoliche e immaginativi paesaggi mentali. Negli ultimi mesi l’arista si sta dedicando a un discorso sulla pittura stessa rappresentando nello spazio geometrico della tela grandi figure intente nel dipingere. Dal 2004 espone in gallerie private e in spazi pubblici italiani ed esteri; ha partecipato inoltre alla Residenza multidisciplinare indetta nel 2013 da The Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Tra i solo show ricordiamo Compendium, MAC, Lissone (MB), 2014; tra le collettive si menziona Reazione a catena, differenti vie della pittura, 1/9 unosunove arte contemporanea, Roma, 2018.
Proponendo un lavoro simile nell’impianto compositivo alle opere aventi per soggetto individui nell’atto di dipingere, a Cosenza Gabriele Arruzzo si rapporta in modo diretto con il territorio realizzando un’opera ispirata alla dottrina dell’abate Gioacchino da Fiore, nato a Celico nel 1130 circa. Nel dipinto è evidente il riferimento al Liber Figurarum (Il Libro delle Figure), capolavoro della letteratura figurale del Medioevo, citato come opera gioachimita nella Cronica di Salimbene de Adam da Parma (XIII secolo). Il personaggio raffigurato è un pensatore in abiti borghesi ritratto in un momento di grande concentrazione, mentre pone il suo sguardo su una figura composta da tre cerchi intersecati a vicenda e inanellati a spirale. Tale composizione geometrica è presente in una tavola illustrata del Liber Figurarum come simbolo della storia umana suddivisa in tre Età (l’età del Padre, l’età del Figlio, l’età dello Spirito Santo) secondo la teologia trinitaria del monaco calabrese. I tre cerchi sono indicati da una mano esterna allo spazio geometrico che, posta in diagonale in alto a destra, guida l’occhio dell’osservatore verso il punto più significativo di tutto il dipinto.