L’opera di Marina Buratti ruota attorno a un concetto chiave: la memoria. Per l’artista la memoria è sintesi, dunque non può esprimersi se non con il disegno che è quanto di più astratto possa esistere. Uno dei testi di riferimento dell’artista è Degas danza disegno di Paul Valéry in cui viene indagata la figura di Edgar Degas, l’unico tra gli Impressionisti a utilizzare ancora il disegno, inteso come “la particolare alterazione che la maniera di vedere e d’operare d’un artista fa subire alla raffigurazione esatta degli oggetti”. Il disegno dunque viene adottato da Buratti per la sua velocità d’esecuzione che permette di fissare dei ricordi. Questi poi si esprimono attraverso degli oggetti dai contorni sfumati e neri che richiamano la malinconia provata di fronte al tempo passato e quindi perduto. Percorrendo i vicoli di Cosenza vecchia con i suoi palazzi abbandonati, l’artista ha riportato alla mente il concetto di casa come luogo di presenze, così come lo aveva pensato Virginia Wolf e ha cercato di catturare le frequenze che aleggiano nella città ancestrale, realizzando una sintesi emozionale. È così che sono nati dei disegni dai soggetti differenti: pentole, scatole, figure umane, borse, panchine, ecc che sono solo dei pretesti per raffigurare delle emozioni. I disegni in cui l’artista ha inserito invece i colori risultano essere più astratti. La tela donata al museo fa parte della serie Frequenze-memorie e raffigura un comodino con degli oggetti al di sopra, tra i quali si riconosce subito una lampada. La scelta del soggetto è legata a dei ricordi autobiografici, di fatti da bambina amava molto fermarsi a giocare tra il letto e il comodino nella stanza da letto. I suoi ricordi, ma anche i toni neri delle sue pennellate asciutte, sono stati risvegliati dalla passeggiata nel centro storico di Cosenza dove ha visto un palazzo incendiato dai toni neri e grigi e il nero delle finestre vuote senza telaio.